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L'Archivio di Stato di Salerno, con il suo ricco patrimonio di fonti per la storia dell'antica provincia di Principato Citeriore, non poteva non essere coinvolto nella realizzazione di questa interessante iniziativa volta ad illustrare la vita e le vicende di Campagna nel corso del periodo contrassegnato dall'esercizio del dominio feudale sul territorio campagnese da parte dei Grimaldi. La mostra, di cui oggi vede la luce il catalogo, ripropone, ampliandola, la bella esposizione inaugurata a Montecarlo il 10 novembre 2001 alla presenza di S.E. René Novella, Segretario di stato del Principato di Monaco. Essa si articola in cinque sezioni, rispettivamente dedicate a: I. Il feudo di Campagna e l sua gestione; II La nobiltà di Campagna al tempo dei Grimaldi attraverso gli stemmi dei notai; III La vita civile ed economica; IV I luoghi sacri e la vita religiosa; V La vita culturale. Il percorso espositivo si fonda su un originale accostamento tra preziosi oggetti in oro, che il maestro orafo Rosmundo Giarletta ha realizzato ispirandosi a temi e motivi desunti da un'attenta rivisitazione di un ampio ventaglio di fonti documentarie bibliografiche ed iconografiche, e inediti materiali d'archivio rinvenuti attraverso un'accurata e laboriosa indagine condotta presso l'Archivio di Stato di Salerno ed estesa all'Archivio del Principe di Monaco, all'Archivio di Stato di Napoli, alla Biblioteca Provinciale di Salerno, alla Biblioteca Vescovile di Campagna e a raccolte private. I documenti esposti consistono in gran parte in atti provenienti dalla cospicua serie dei protocolli redatti dai notai di Campagna e forniscono una ricca messe di informazioni sull'esercizio del potere feudale e sulla gestione del patrimonio fondiario da parte dei Grimaldi, concorrendo al tempo stesso ad illustrare aspetti e momenti dello sviluppo sociale, economico e culturale della cittadina; alle testimonianze documentarie sono state affiancati rari esemplari a stampa conservati nella "Biblioteca Paolo Emilio Bilotti" depositata presso l'Archivio salernitano, che richiamano l'attenzione dei visitatori su un illustre personaggio a cui Campagna diede i natali, Giulio Cesare Capaccio, e sulla famosa tipografia che costituì, insieme allo Studio Generale, motivo di grande vanto per i campagnesi. Nell'insieme, un percorso espositivo affascinante e suggestivo, capace di offrire, pur nella sua brevità, suggerimenti preziosi per la conoscenza del legame - non ancora del tutto approfondito dalla produzione storiografica sul Mezzogiorno d'Italia - che unì per oltre un secolo l'illustre casata dei principi di Monaco a Campagna, coincidendo con lo svolgimento di un importante processo di qualificazione sociale, economica e culturale della città.

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L'evocazione del passato, la cui memoria è la nostra identità, è l'elemento in cui affonda le radici la mostra intitolata: Campagna feudo dei Grimaldi. Alla Corte di Onorato II. Essa intende riprendere ed esporre il cammino della dinastia dei Grimaldi nel marchesato di Campagna, loro più importante feudo in Italia (1532-1642/1660-1673), percorrendolo attraverso i documenti storici e i gioielli da me realizzati. I documenti sono stati ricercati soprattutto tra il vasto patrimonio cartaceo conservato presso l'Archivio di Stato di Salerno, che nelle persone della direttrice, dott.ssa Maria Luisa Storchi, e dei suoi collaboratori, hanno accolto con forte entusiasmo l'iniziativa. I legami esistenti tra Campagna, città in provincia di Salerno, piccola e tuttavia ricca di monumenti storici, e il Principato di Monaco, furono riaperti prima con la venuta di S.E. René Novella, ambasciatore in Italia e attuale Segretario di Stato nel Principato, e dopo con la venuta di S.A.S. il Principe Alberto in visita ufficiale in occasione dei festeggiamenti per i 700 anni della dinastia dei Grimaldi, nel 1997. Da un'occasione di vita quotidiana sono andato a visitare il passato nei suoi momenti più significativi, stabilendo, con le mie opere, un legame tra passato e presente, che è carico di sensazioni prima sconosciute. Visitando l'esposizione ed osservando i gioielli si può constatare come ognuno di essi tende ad interpretare, raffigurare, esprimere, in chiave moderna, i documenti e i manoscritti storici a cui sono affiancati. Ogni opera è illuminata dal passato e rappresenta con una tecnica maturata negli anni, il "Nido d'Ape", dove attraverso l'utilizzo dell'archetto del traforo, ogni lastra viene svuotata, dando vita ad immagini figurative, come la rappresentazione delle fontane "grimaldine" e la Cattedrale. Spero di essere riuscito a verificare, attraverso i gioielli,i documenti storici ed a trasmettere al pubblico le mie emozioni, in una mostra impregnata di arte e di cultura, cultura che altro non è che un mezzo per comunicare, imparare, confrontandosi ed elevarsi, dando sempre una certa preferenza alla storia. Concludo ringraziando tutti coloro che hanno appoggiato con entusiasmo il mio progetto: S.A.S. Ranieri III, Sovrano del Principato di Monaco, ed il Presidente della Repubblica italiana che mi hanno concesso il loro Alto Patronato, S.E. René Novella, Segretario di Stato del Principato di Monaco, nonché storico e letterato, il dr.Alfonso Andria, Presidente della Provincia di Salerno, persona convinta che lo sviluppo del territorio non si può avere se non attraverso lo sviluppo dell'arte e della cultura, il Sindaco della città di Campagna, prof. Ettore Granito, l'Associazione culturale Centro studi "Simone Augelluzzi", il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, l'Archivio di Stato di Salerno, il prof. Raffaele D'Ambrosio, che ha collaborato alla ricerca, il prof. Leonardo Saviano, il prof. Giuseppe Cirillo, il chiarissimo prof. Gian Galeazzo Visconti e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di tale esposizione.

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I. 1. Pianta del Principato Citra di Fabio di Giovanni Antonio Magini Bologna, 1° novembre 1606. Proprietà del dr. Francescantonio Lippi di Salerno. I. 2. Veduta della città di Campagna di Philippe de Champaigne. Sec. XVII. Archivio del Principe di Monaco. I. 3. Campagna vecchia e nova. Manoscritto anonimo del 1616. Campagna, collezione privata. Il manoscritto, dopo aver descritto Campagna, adagiata alle falde di tre monti altissimi, in una valle ricca di acque, si sofferma sui suoi principali edifici, sacri e profani, indicandone la posizione nella struttura urbanistica, e narra in breve la storia della città, a partire dalla colonizzazione greca. I. 4. Gioiello "Occhi su Campagna" L'anonimo autore del manoscritto Campagna vecchia e nova conclude il suo lavoro, dedicato ad Onorato II, pregandolo, con le lacrime agli occhi, di non dimenticare e di non abbandonare la sua bellissima città. Il gioiello "Occhi su Campagna" ne riproduce il paesaggio, sovrastato da occhi lucidi e supplichevoli che esprimono la tensione emotiva della preghiera e la preoccupazione dell'autore per il destino di Campagna. Occhi di pianto, e le lacrime incorniciano la città di Campagna. Sono infeconde le lacrime dell’uomo nel giorno che muore. Incastonata fra i monti, ricca delle sue memorie, ardente di passione e di vita, occorre salvare questa città. È pia. È il sorriso di un bimbo che tace ed invita al sorriso. Le lacrime diventano diamanti che riflettono i raggi del sole. I. 5. Descrizione di Campagna [181 - 182], in Giambattista Pacichelli, Il regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, in cui si descrivono la sua metropoli fidelissima città di Napoli, e le cose più notabili, e curiose, e doni così di natura, come d'arte di essa;, e le sue centoquarantotto Città, e tutte quelle Terre, delle quali se ne sono havute le notitie ..., in Napoli, nella stamperia di Michele Luigi Mutio, 1703, pp. 81-83. Archivio di Stato di Salerno, fondo Bilotti. I. 6. Privilegio con cui Carlo V concede in feudo ad Onorato Grimaldi, signore di Monaco, la città di Campagna con il titolo di marchese, le città di Canosa e di Monteverde, la terra di Terlizzi ed il territorio di Garagnone, sottratti a Ferdinando Orsini, duca di Gravina, per il suo tradimento, ed ancora la terra di Ripacandida, sottratta a Giovanni Caracciolo, principe di Melfi, a causa della sua ribellione. Ratisbona, 23 luglio 1532. Archivio del Principe di Monaco. Com'è noto, i Grimaldi sono, insieme ai Doria, agli Spinola ed ai Fieschi, una delle quattro maggiori famiglie genovesi, che hanno fatto le loro fortune con il commercio e la navigazione.

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Nel 1297 un membro di questa famiglia, Franceschino detto Malizia, si impadronì di Monaco, il cui possesso fu tenuto in modo discontinuo fino al 1419, quando la dinastia vi si insediò definitivamente. La piccola signoria di Monaco, importante nodo del commercio tra Genova e la Provenza, era oggetto delle aspirazioni degli Stati vicini, come il ducato di Savoia, la Repubblica di Genova, il ducato di Milano e, soprattutto, il regno di Francia, che ne avrebbero voluto conquistare il controllo. I signori di Monaco, in un primo tempo, si avvicinarono alla Corona francese, ma quando il potente vicino cercò di assoggettarli, si volsero verso la Spagna. Nel 1512 Luciano Grimaldi stipulò un trattato commerciale con Ferdinando il Cattolico e suo fratello Agostino, vescovo di Grasse, succedutogli nel 1523, con i trattati di Burgos e di Tordesillas del 1524, si pose sotto la protezione spagnola. Nel 1529 accolse in Monaco Carlo V, che qualche anno dopo gli concesse Campagna e gli altri feudi sopra indicati nel Regno di Napoli. A causa della sua morte la concessione feudale andò a beneficio del nipote Onorato Grimaldi, figlio di Luciano, che in cambio impegnò se stesso e i suoi successori a mantenere la roccaforte di Monaco «in [...] obsequio ac devotione» alla Spagna. Detti feudi, che comportavano la rendita annua di 1630 ducati, vennero concessi «cum omnibus et singulis ipsarum Civitatum, terrarum, et locorum, castris, seu fortellitiis, hominibus vassallis, vassallorumque redditibus, domibus, casalenis, tuguriis, vineis, arboribus, terris cultis, et incultis, aquarum decursibus, gabellis, feudis, olivetis, trapetis, furnis, silvis, nemoribus, pratis, pascuis, montibus, planis, molendinis, aquis, querquetis, possessionibus, castanetis, iandetis, arbustis, venationibus, forestis, defensis, servitiis realibus et personalibus, passagiis, pedagiis, plateis, iuribus platearum, territoriis, tenimentis, herbagiis, fidis, diffidis, startiis, baiulationibus, censibus, redditibus, scannagiis, usu pisculandi, iuribus patronatus ad baronum spectantibus, ac iure presentandi ad ea, aliisque iuribus, divitibus, actionibus, rationibus, et proprietatibus ad dictas civitates, terras, loca et feuda, ipsarumque utile dominium, de iure seu consuetudine, vel alio quovis modo spectantibus, et pertinentibus [...]». A questi diritti si aggiungeva l'amministrazione della giustizia, limitata alla cognizione delle sole prime cause, sia civili che criminali, ad eccezione dei reati di competenza esclusiva della giustizia regia, come i crimini di lesa maestà, di eresia, di spaccio di monete false e di omicidio clandestino. Tale potere giudiziario era di esclusiva pertinenza del feudatario, che lo deteneva «cum mero et mixto imperio, gladii potestate», vale a dire non solo con la mera potestà di governo (imperium), ma pure con la iurisdictio, che prevedeva la possibilità di comminare anche la pena capitale (potestas gladii).

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Nessuno dei suoi sudditi poteva essere portato in giudizio al di fuori del suo tribunale, neppure per mandato della Gran Corte della Vicaria, del Sacro Regio Consiglio, dei Giustizieri delle province o di qualsiasi altro organo giudiziario regio. Gli ufficiali feudali avevano altresì il potere di commutare le pene da detentive in pecuniarie, incamerandone i proventi «de quibus nullam nostre [di Carlo V] Curie rationem, vel compotum reddere teneantur». I. 7. Acquisizione del feudo di Campagna da parte dei Grimaldi di Monaco e successione feudale fino al 1590. Repertorio dei Quinternioni feudali di Principato Citra e Ultra, vol. 17 (1), cc. 29v - 30r. s.d. [inizi sec. XVII]. Biblioteca Provinciale di Salerno, ms. n.100. I Grimaldi ottennero i feudi confiscati a Ferdinando Orsini, duca di Gravina, ed a Giovanni Caracciolo, principe di Melfi, schieratisi con i Francesi che avevano invaso il Regno di Napoli nel 1528 al comando del Lautrec. All'indomani del tradimento perpetrato da alcuni baroni nel Regno di Napoli, si ebbe, com'è stato scritto, «un vero e proprio capovolgimento del rapporto feudale» in un «quadro di conservazione e recupero della sovranità e del suo patrimonio» (A. Cernigliaro, Sovranità e feudo nel Regno di Napoli (1505-1577), Jovene Editore, Napoli 1983, vol. I, p. 135). Questo capovolgimento fu attuato soprattutto attraverso due Prammatiche del 1531 che, tra l'altro, prevedevano la sospensione di tutte le concessioni fatte da viceré, luogotenenti o capitani generali nel Regno di Napoli, ad eccezione di quelle confermate direttamente dall'imperatore. La concessione di feudi a stranieri (genovesi, toscani, spagnoli, fiamminghi, ecc.) costituiva, nell'ottica della monarchia spagnola, un «fattore di controllo interno al baronaggio da parte della Corona ed un elemento disgregante in seno ad un'aristocrazia omogenea e compatta» (A. Cernigliaro, op. cit., p. 271). I feudatari stranieri, che in genere si mantenevano lontani dai loro feudi, lasciandone la gestione a governatori da loro nominati, non costituivano un pericolo per la Corona, come lo erano invece i feudatari locali, che si ergevano come una sorta di contro-potere rispetto allo Stato. Ciò spiega perché i feudi degli Orsini, concessi in un primo tempo a Filiberto di Chalon, principe d'Orange, e poi tornati alla Corona, essendo questi morto senza eredi, andarono ai Grimaldi. Carlo V, allora impegnato nel lungo e duro conflitto con Francesco I, aveva bisogno di una salda rete di alleanze per far fronte allo sforzo bellico e perciò «in anno 1532 a' di 23 di luglio per suo privilegio asserendo essere molto [ ...] utile alla conservatione del Stato suo, e di suoi fedeli, e presertim di quello Regno di Napoli, che la fortezza seu Castello di Monaco, la quale è del Reverendo Agostino Grimaldo Arcivescovo [...] si conservasse à devotione, e fedeltà sua, per questo si convenne col detto Agostino di donarli uno Stato in hoc Regno».

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Ma prima che potesse perfezionarsi la concessione del feudo Agostino morì, per cui fu Onorato Grimaldi, suo nipote e successore, a ricevere «la detta città di Campagna cum titulo marchionali et etiam le città di Canosa, e Monteverde et etiam la terra di Terlezze, e Castello, seu territorio di Guaragnoni devoluti ob crimina, et defectu Ferdinandi Ursino olim Ducis Gravine, et etiam la terra di Ripa Candida devoluta ob rebellionem Ioanni Caraccioli principis Melfi». Il Repertorio annota i successivi passaggi del feudo da Onorato a suo figlio Carlo, nel 1582, e da questi al fratello Ercole, nel 1590. I. 8. Gioiello "pranzo campestre" La storia della città di Campagna, per più di 100 anni si unisce a quella del Principato di Monaco. Tale unione è rappresentata dal gioiello "Pranzo campestre". L'immagine del pranzo campestre dei monegaschi, resa dal traforo, si accomuna al pranzo dei campagnesi sulle rive del fiume Tenza. Durante il pranzo nei campi, sulle rive dei fiumi, nella natura, l'uomo vive momenti di gioia con se stesso e con gli altri. Vive la natura, se gli uomini vivono in essa, sono felici. La gioia è nella comunanza, nel pranzo all'aperto, nella natura che palpita sotto il sole che ride, ognuno ritrova se stesso e riconosce un fratello nell'altro uomo che vive, lontani dal vacuo tumulto delle passioni. I. 9. Ritratto di Onorato II, principe di Monaco e marchese di Campagna. Dipinto di Philippe di Champaigne, 1651. Archivio del Principe di Monaco. I. 10. Contratto, stipulato alla presenza di Onorato Grimaldi di Monaco, governatore generale di Onorato II, principe di Monaco e marchese di Campagna, tra Lattanzio D'Amato, erario del feudo, ed il maestro Antonio Curcio di Acerno, circa la costruzione di un «amolaturo» o «ambulaturo», vale a dire di una macina da farsi nel mulino della corte marchesale, che «habbia d'amulare ad acqua» e «di farvi tutti li stigli che in questo bisognarando». Campagna, 3 gennaio 1633. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 770, notaio Francesco Matteo De Domenico di Campagna, protocollo degli anni 1632-1633, cc. 100 r-100v. I. 11. Gioiello "Spighe di grano" Ed ecco il gioiello spighe di grano, dove il sole, con diamanti fancy color, con occhi di giada imperiale, dà vita alle spighe di grano, traforate intorno al sole stesso. Occhi di giada purissima ha il sole, maturano le messi nella sua luce. Il lavoro degli uomini è ora la gioia del raccolto, e il canto dei mietitori si distende nei campi. Sono di oro le spighe ed è il pane e la vita senza affanni . I. 12. Dichiarazione, presentata da Onorato Grimaldi di Monaco, governatore generale di Onorato II, principe di Monaco e marchese di Campagna, concernente i confini del feudo del Polveracchio e gli utenti dell'acqua che va «dalla sboccatura che esce da sotto le case della Corte per insino alla canala del Molino et Ogliara di detta Corte», che essi usano per le loro concerie.

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Campagna, 12 gennaio 1633. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 770, notaio Francesco Matteo De Domenico di Campagna, protocollo degli anni 1632-1633, cc. 112v-113-114v. I secoli XVI e XVII furono per Campagna un periodo di grande sviluppo fino alla peste che, a metà del Seicento, avrebbe bloccato la crescita sia demografica che economica. Le attività produttive si incentravano, oltre che nell'agricoltura, nell'allevamento del bestiame e nel commercio del legname, per i quali erano molto importanti le risorse offerte dal monte Polveracchio, nonché in varie attività artigianali, quali concerie, ferriere, fornaci per la lavorazione dell'argilla, mulini e frantoi, che utilizzavano le acque di cui la città ed il suo territorio erano ricchi. Cfr., in proposito, M. R. Pessolano, Campagna: caratteri urbani e trasformazioni architettoniche tra Cinquecento e Seicento, in C. Carlone, S. Cicenia (a cura di),Cultura e Scienza tra '500 e '600 nel Principato Citra, Edizioni Sottotraccia, Nocera Inferiore 1998, pp. 111 e sgg. I. 13. Quietanza rilasciata da Onorato Grimaldi di Monaco, governatore generale di Onorato II, principe di Monaco e di Roccabruna e marchese di Campagna, ad Ambrogio Naymoli di Campagna, figlio del fu Giovanni Geronimo, erario del feudo per gli anni 1624-1626, per aver ricevuto la somma di 146 ducati quale conto finale di tutta la sua amministrazione. Campagna, 11 gennaio 1635. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 758, notaio Michelangelo De Rosa di Campagna, protocollo dell'anno 1635, cc. 2r-2v. L'erario curava l'aspetto finanziario della gestione del feudo, ne riscuoteva le rendite e rendeva i conti al governatore generale. I. 14. Ercole Sigaldi, luogotenente e governatore generale di Onorato II, in seguito alla morte di Nicola Tartagna, capitano della città di Campagna, nomina Agostino Guerriero come luogotenente per le sue doti di prudenza, integrità ed esperienza, fino a quando non arriverà il successore. Il Guerriero avrà i pieni poteri («cum mero et mixto imperio, gladii potestate») e la popolazione di Campagna gli dovrà obbedienza, se ha cara la grazia del Principe e vuole evitare la pena di mille ducati. Napoli, 1° febbraio 1637. Campagna, collezione privata. Il capitano era un ufficiale con compiti giudiziari che nelle città infeudate amministrava la giustizia in nome del feudatario. I. 15. Successioni feudali a Campagna dal 1532 al 1726. Napoli, 1740. Archivio di Stato di Napoli, Regia Camera della Sommaria, Cedolari, vol. 94. I Cedolari consentono di ricostruire la tormentata storia del feudo di Campagna che, a partire dal 1642, cambia di frequente titolare.

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Nel 1641 Onorato II, poiché la Spagna era venuta meno ad alcuni impegni presi con il trattato di Tordesillas, si avvicinò alla Francia e, dopo lunghe trattative segrete con il Richelieu, stipulò la convenzione di Pèronne che, tra l'altro, prevedeva lo stanziamento di una guarnigione francese a Monaco e la concessione di feudi in Francia. In seguito a questo capovolgimento delle alleanze, «per la ribellione commessa dal Principe di Monaco contro la Cattolica Maestà del Re di Spagna s'incorporò la Regia Corte tutti i suoi effetti che possedeva in Regno et signanter la detta Città di Campagna», che fu concessa a Carlo Andrea Caracciolo, marchese di Torrecuso. La concessione fatta al Caracciolo prevedeva poteri più ampi di quelli precedentemente demandati ai Grimaldi, in quanto comportava il titolo di principe e la cognizione non solo delle prime, ma anche delle seconde cause. In essa si può scorgere il segno di quel progressivo cedimento di potere alla feudalità che si registra in età vicereale sotto i successori di Filippo II e che approda a quella "rifeudalizzazione" del Regno di Napoli che toccherà l'apice alla vigilia della rivoluzione di Masaniello (cfr. in proposito R. Villari, Note sulla rifeudalizzazione del Regno di Napoli alla vigilia della rivoluzione di Masaniello, in «Studi storici», IV, 1963, pp. 637-663 e, dello stesso, La feudalità e lo Stato napoletano nel XVII secolo, in «Clio», IV, 1965, pp. 555-575). Nel 1660, in seguito alla pace tra Francia e Spagna, «furono restituiti al detto Principe di Monaco tutti i suoi effetti, che possedea in Regno, e specialmente la detta città di Campagna, non ostantino l'opposizioni rappresentate dal medesimo illustre Marchese di Torrecuso, che pretendeva non dover esser compresa nelle capitolazioni di detta pace la Città suddetta di Campagna, o che almeno sopra la medesma Città avesse dovuto restarli il titolo di Principe e la giurisdizione di seconde cause, la quale prima non era stata conceduta al detto principe di Monaco». Ma nel 1673, riaccesasi la guerra con la Francia, «avendo di nuovo il detto Principe di Monaco commessa fellonia e ribellione contro la Corona di Spagna, gli furono di nuovo confiscati i suoi effetti in Regno [...] e fra detti effetti fu specialmente sequestrata e confiscata la detta Terra di Campagna, della quale portasene in possesso la Regia Corte, se n'esigé per molti anni le rendite e frutti».

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In seguito ad un nuovo trattato di pace Campagna fu ancora una volta restituita ai Grimaldi, per essere poi loro tolta definitivamente nel 1692, sempre a causa di fellonia. Nel 1693 il feudo fu venduto all'asta per 4050 ducati a Nicolò Pironti, che divenne duca di Campagna. A questi, nel 1726, succedette il figlio primogenito Gaetano. I Grimaldi signori, poi principi di Monaco e marchesi di Campagna Onorato I (figlio di Luciano) 1532 - 1581 * Carlo II (figlio di Onorato I) 1581 - 1589 * Ercole (fratello di Carlo II) 1589 - 1604 * Onorato II (figlio di Ercole) 1604 - 1662 (nel 1619 prende il titolo di principe; nel 1642 perde il marchesato di Campagna, che riacquista nel 1660) * Luigi I (figlio di Onorato II) 1662 - 1701 (perde il marchesato di Campagna una prima volta nel 1673 ed una seconda volta nel 1692, dopo averlo detenuto per breve tempo)

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II. 1. Stemma della famiglia Giordano. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 765, notaio Matteo Giordano di Campagna, protocollo dell'anno 1622. II. 2. Stemma della famiglia Giordano. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 765, notaio Matteo Giordano di Campagna, protocollo dell'anno 1623. II. 3. Stemma della famiglia Giordano. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 768, notaio Matteo Giordano di Campagna, protocollo dell'anno 1633. II. 4. Stemma della famiglia De Domenico. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 770, notaio Francesco Matteo De Domenico di Campagna, protocollo degli anni 1629-1631. II. 5. Stemma della famiglia De Rosa. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 773, notaio Tommaso De Rosa di Campagna, protocollo dell'anno 1644.

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III. 1. Contratto stipulato tra Giovanni Stefano Seniore, erario del marchese di Campagna, ed i maestri Giovanni Del Forno e Geronimo Crusio di Campagna circa la costruzione della nuova scafa del Sele. Campagna, 9 settembre 1587. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 742, notaio Lucio Perrotti di Campagna, protocollo degli anni 1587-1588, cc. 83 r-83v. III. 2. Rivela, fatta dai cittadini di Campagna, della produzione del grano per l'anno 1587. Campagna, 6 ottobre 1587 Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 742, notaio Lucio Perrotti di Campagna, protocollo degli anni 1587-1588, cc. 92 r-92v. Nel periodo del Viceregno spagnolo furono emanate numerose prammatiche attraverso le quali i viceré davano disposizioni in merito alle rivele del grano prodotto che ciascun proprietario terriero doveva fare, minacciando pene severe ai trasgressori. L'obiettivo di queste disposizioni era quello di stabilire con precisione l'ammontare della produzione, in modo da evitare che, a causa di incette o di esportazioni, il grano raggiungesse un prezzo troppo alto o vi fosse pericolo di carestia, causa di disordini e di sommosse popolari. (Sulla politica annonaria durante il Viceregno spagnolo cfr. G. Coniglio, Annona e calmieri a Napoli durante la dominazione spagnola, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», anno XXVI, 1940, pp. 105 e sgg.; Idem, Note sulla storia della politica annonaria dei viceré spagnoli a Napoli, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», anno XXVII, 1941, pp. 274 e sgg.). III. 3. Convenzione tra i maestri muratori Agostino e Gramazio Cafari di Cava e Fabrizio Bernalla, economo dell'Ospedale, circa la costruzione dell'edificio che dovrà ospitare detto Ospedale. Campagna, 5 giugno 1592. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 742, notaio Lucio Perrotti di Campagna, protocollo degli anni 1592-1593, cc. 40v-41r. Il Cinquecento è stato, in genere, un secolo di grande sviluppo urbano, «un periodo favorevole alle città (per alcune rappresentò l'età dell'oro), che si popolarono come mai più in seguito. Ci fu, dunque, una tendenza demografica favorevole, abbondanza di uomini nei piccoli come nei grandi centri ed in tutte le province del Regno», a cui si accompagna il «moltiplicarsi in maniera impressionante, in tutti gli organismi urbani grandi e piccoli, delle costruzioni isolate: chiese, monasteri e, ancor più, palazzi» (G. Labrot, La città meridionale, in Storia del Mezzogiorno, Edizioni del Sole, Napoli 1991, vol. VIII, tomo I, pp. 239 e 241).

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Campagna, per il suo notevole sviluppo urbanistico, collegato alla crescente prosperità economica, rientra in pieno in questa linea di tendenza. Nel 1518, per le pressioni del duca Ferdinando Orsini e del campagnese Mechiorre Guerriero, protonotario della Camera Apostolica, ottenne da Leone X il titolo di città e l'assenso alla fondazione di uno Studio generale e nel 1525 Clemente VII la elevò a sede vescovile, unendola a Satriano ed istituendo così la diocesi di Campagna e Satriano. Ciò spiega perché all'edificazione di numerosi palazzi gentilizi si aggiunga quella di edifici religiosi, come la nuova cattedrale, il convento dei Santi Filippo e Giacomo, quello di Santo Spirito e quello della Maddalena, mentre vengono ricostruiti ed ampliati il convento degli Agostiniani e quello della SS. Concezione. A quest'epoca risale anche la costruzione dell'ospedale, frutto della munificenza di un possidente di Campagna. Un manoscritto dei principi del Seicento (cfr. doc. I. 3.) lo descrive come fornito di cospicue rendite: «V'è uno Hospitale di fabrica nova; tene bonissima intrada, parte avanza e parte si spende al governo de poveri malati [...]». Sull'ospedale di Campagna cfr. M. R. Pessolano, Immagine e storia di Campagna centro minore meridionale, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1985, p. 126. III. 4. Contratto stipulato tra Ottavio Amato, deputato «ad accomodationem fontium» della città di Campagna, ed il maestro fontanaro Giovan Francesco Alberico di Gaeta, per convogliare le acque nella fontana di Casalnuovo. Campagna, 12 novembre 1614. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 745, notaio Lucio Perrotti di Campagna, protocollo degli anni 1614-1617, cc. 12r -13r. In una relazione del 1532 Campagna è descritta come una città ricca di risorse idriche, che «tiene muchos rios y fuentes» (cit. in M. R. Pessolano, Immagine e storia di Campagna centro minore meridionale, cit., p. 81). La presenza di tante sorgenti consentì la creazione di numerose fontane e di una rete idrica notevolmente sviluppata, che era una cosa non comune per l'epoca. Di recente è stato rilevato come l'assetto urbano delle città dei secoli XVI-XVII sia «un'urbanistica da parata [...] che non conferisce alcuna importanza ai servizi» e come in particolare «l'approvvigionamento idrico è in generale del tutto insufficiente, anzi intermittente [...] mancano condotte e acquedotti oppure sono interrotti e pieni di terra a causa della scarsa manutenzione» (G. Labrot, La città meridionale, cit., p. 249). Il Labrot fa altresì rilevare come in alcune città fino alla metà del Settecento mancassero del tutto le fontane, per cui la popolazione era costretta a soddisfare i propri bisogni mediante l'uso dell'acqua piovana.

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Del tutto diversa è la realtà di Campagna, dove vi erano degli amministratori comunali appositamente delegati a sovrintendere all'approvvigionamento idrico come il deputato «ad accomodationem fontium» del presente documento ed i deputati «ad construi faciendum novum aqueductum fontium Judece et Zappeni» del successivo, la cui presenza dà la misura dell'interesse cittadino per la costruzione e la manutenzione delle infrastrutture.. III. 5. Contratto stipulato tra Evangelista de Visco, sindaco di Campagna, Giovan Battista Bernalla e Michele Guerriero, deputati «ad construi faciendum novum aqueductum fontium Judece et Zappeni», da una parte, ed il maestro fontanaro Francesco Alberico di Gaeta, dall'altra, per la costruzione del nuovo acquedotto che deve alimentare le fontane della Giudeca e di Zappino. Campagna, 5 novembre 1616 Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 745, notaio Lucio Perrotti di Campagna, protocollo degli anni 1614-1617, cc. 81v -82v. III. 6. Gioiello "Le fontane" In questa collana si possono ammirare le tre fontane "grimaldine". Nei tre medaglioni che la compongono, si trovano traforate, da sinistra, la fontana Capaccio, quella della Cortiglia e quella della Giudeca. Laudato si', mi Signore, per sor’acqua, la quale è molto utile et humele et pretiosa et casta. È il canto che san Francesco innalza al Signore, perché è un dono del cielo l’acqua. E gli antichi scorsero nelle sorgenti le ninfe, creature celesti che traspaiono nelle onde, nude nella purezza delle acque. III. 7. Presa di possesso dell'ufficio di maestro di fiera da parte di Antonino Campanino, che ha ottenuto tale carica da Ercole Sigaldi, vice-marchese ed agente generale del marchese di Campagna. Il suddetto Antonino si impegna a «ministrar Politia a tutti et osservare tutti li Privilegi vecchi et novi» della città di Campagna ed ancora «di far franchi dalle sportole», vale a dire dai diritti di fiera, vari luoghi pii, quali il Monastero di Santo Spirito, la Confraternita del Santissimo Sacramento, l'Ospedale, il Monte della Pietà e la Confraternita di San Giovanni e Santa Sofia. Campagna, 14 agosto 1640. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 769, notaio Matteo Giordano di Campagna, protocollo degli anni 1640-1641, cc. 144v - 145v. Campagna ha avuto tra Cinque e Seicento una grande crescita demografica, passando dai 486 fuochi del 1532 agli 826 del 1648 e diventando anche un importante centro di scambio, soprattutto per quanto riguarda il commercio del grano e dell'olio (cfr. in proposito A. Cestaro, Università, vescovi e feudatari nella diocesi di Campagna e Satriano nei secoli XVII e XVIII, in «Rivista di Studi Salernitani», anno I, N. 2, luglio-dicembre 1968, pp. 108 e sgg.). Il maestro di fiera aveva poteri giurisdizionali in merito agli affari relativi alle fiere ed il compito di esigere i dazi.

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IV. 1. Istituzione della Confraternita del Nome di Dio ed erezione della cappella di detta Confraternita nella chiesa di San Bartolomeo dell'omonimo monastero dei Padri Predicatori. Campagna, 11 giugno 1593. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 742, notaio Lucio Perrotti di Campagna, protocollo degli anni 1592-1593, cc. 234 r-235r - 235v. La fondazione di confraternite, così come la costruzione della cattedrale e di nuovi monasteri, nonché l'ampliamento di quelli già esistenti sono espressione della religiosità dell'età della Controriforma, che vede peraltro Campagna promossa a sede vescovile. Le confraternite erano sodalizi di laici aventi una duplice finalità religiosa e assistenziale allo stesso tempo, che consisteva nell'attendere in comune alle pratiche devozionali (la preghiera, la partecipazione a processioni, i sacramenti) e nel portare soccorso ai confratelli in caso di necessità (assistenza ai malati e ai moribondi, esequie e suffragi per i defunti). I membri della Confraternita del Nome di Dio, che erano vestiti con le mozzette rosse, avevano l'obbligo di far celebrare una messa ogni venerdì, una messa cantata nella seconda domenica di ogni mese ed un'altra messa solenne nel giorno della Circoncisione. Inoltre nella seconda domenica dopo il Vespro dovevano fare la processione nel chiostro del convento. Per la celebrazione delle suddette messe i confratelli erano tenuti a dare al convento la somma di otto ducati all'anno ed in più la cera. Sulle confraternite in generale cfr. R. Rusconi, Confraternite, compagnie e devozioni, in Storia d'Italia, Annali, La Chiesa e il potere politico dal Medioevo all'età contemporanea, Einaudi, Torino 1986, pp. 467 e sgg. Sulle confraternite di Campagna cfr. R. D'Ambrosio, Le Confraternite di Campagna attraverso i secoli, Edizioni Dottrinari, Salerno 1984. IV. 2. Concessione alla Congregazione del Santissimo Rosario, da parte del Priore e dei monaci del convento di San Bartolomeo, dell'ala destra della loro chiesa per erigervi una cappella, «ut in dies in futurum de bono in melius cum maiori commoditate ad laudem Omnipotentis Dei et Gloriosissime Virginis Marie sacratissimi Rosarij preces fundere possint».

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Campagna, 29 aprile 1633. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 758, notaio Michelangelo De Rosa di Campagna, protocollo dell'anno 1633, cc. 140v - 141v. IV. 3. Consegna al sindaco e agli eletti della città di Campagna della statua d'oro e d'argento di Santa Apalia vergine e martire, al cui interno è riposta la reliquia della testa della Santa, donata dal cardinale Francesco Barberini, nipote di papa Urbano VIII, a padre Giovan Battista Vischio, generale dell'ordine di San Francesco d'Assisi e cittadino di Campagna, il quale «per sua grande devotione et per honorar con un tanto tesoro se compiacque donarla alla sua amatissima Città in segno dell'amor grande ha portato et porta alla sua patria». La statua, eseguita dall'orafo Orazio Scoppa, ha la testa d'argento ed il busto di rame dorato. La reliquia, posta nel petto, è custodita da un vetro, in modo da renderla visibile a tutti. La statua fu collocata nella cappella di San Bernardino di iuspatronato dell'Università di Campagna. Campagna, 24 agosto 1636. Archivio di Stato di Salerno, Protocolli notarili del distretto di Salerno, b. 769, notaio Matteo Giordano di Campagna, protocollo dell'anno 1636, cc. 232 r - 233r - 233v. IV.4. Gioiello "La cattedrale" La cattedrale di Campagna, la cui costruzione, iniziata nel 1564, fu completata nel 1683, è raffigurata, con il traforo, in un sole radioso, formato da losanghe di rubini e brillanti, sormontata dalla campana di brillanti, simbolo della città. La visione pia della vita innalza le cattedrali al cielo, e l’uomo che ha il divino nel cuore si piega nell’adorazione e gioisce. Egli sente di non essere effimero, ma di far parte del Tutto, dell’Universo immortale creato dalla mano possente e sempre vivificatrice di Dio.

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V. 1. Giulio Cesare Capaccio, Del trattato dell'imprese, ex officina Horatii Salviani in Napoli, appresso Gio. Giacomo Carlino & Antonio Pace, 1592. Archivio di Stato di Salerno, fondo Bilotti. Giulio Cesare Capaccio, nato a Campagna nel 1552, studiò prima discipline filosofiche nello Studio campagnese, quindi diritto e filologia a Napoli e poi a Bologna. Tornato a Napoli dopo un lungo periodo di viaggi, si dedicò agli studi di teologia, per poi trasferirsi a Campagna nel 1592, probabilmente a causa di difficoltà economiche. Di qui l'anno successivo fece di nuovo ritorno a Napoli, dove ricoprì la carica di Provveditore dei grani e degli oli ed in questa veste fece completare i lavori di costruzione di un deposito di grano presso il porto e di un'ampia cisterna per la conservazione dell'olio. Intanto continuò a coltivare gli studi letterari e le ricerche erudite, che lo resero famoso e gli valsero, nel 1602, la carica ambita e ben remunerata di Segretario della città. Nel 1611 fu tra i fondatori dell'Accademia degli Oziosi. Nel 1613 fu rimosso per motivi non chiari (forse un'accusa immeritata di concussione) dalla carica di segretario, gli furono confiscati i beni e fu costretto a lasciare il regno. Dopo un periodo di peregrinazioni trovò ospitalità presso il Principe di Urbino, che lo chiamò a curare la propria biblioteca e lo nominò consigliere, affidandogli incarichi di grande rilievo. Si recò quindi a Roma, presso papa Urbano VIII. Tornato a Napoli, vi morì nel 1634. Su Giulio Cesare Capaccio cfr. A Quondam, Dal manierismo al barocco. Per una fenomenologia della scrittura poetica a Napoli tra Cinque e Seicento, in Storia di Napoli, Società Editrice Storia di Napoli, Napoli 1972, vol. V, tomo I, pp. 503 e sgg.; S. Nigro, Giulio Cesare Capaccio, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1975, vol. 18, pp. 374 e sgg. Il Trattato dell'imprese è diviso in tre libri: nel primo, come si legge sul frontespizio, «del modo di far l'impresa da qualsivoglia oggetto, o naturale o artificioso con nuove maniere si ragiona»; nel secondo «tutti ieroglifici, simboli e cose mistiche in lettere sacre, o profane si scuoprono; e come da questi cavar si ponno l'imprese»; nel terzo «nel figurar degli emblemi, di molte cose naturali per l'imprese si tratta».

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L'opera, che si inquadra nella tradizione neoplatonica rinascimentale, fornisce un'interpretazione simbolica più che fonetico-linguistica dei geroglifici, concepiti come una sorta di linguaggio estoterico per immagini: «i Sacerdoti dell'Egitto - scrive il Capaccio (libro I, cap. III) - di alcuni animali per esprimer divini concetti si servivano, acciò che non paresseno eglino del volgo ne' Caratteri ordinarij, i quali non è dubio c'havessero gli Egittij, contra l'opinione di molti, a cui piace che gli animali fussero caratteri di quella regione, senza che altra qualità di lettere havessero». L'impresa è «un'espression del Concetto sotto Simbolo di cose naturali» (libro I, cap. I), cioè è l'espressione metaforica di un concetto e corrisponde al termine latino Signum (libro I, cap. VII). Sul Trattato dell'imprese cfr. R. Klein, La théorie de l'expression figurée dans les traités italiens sur les "imprese", in «Bibliothèque d'Humanisme et Renaissance», XIX (1957), pp. 320 e sgg. V. 2. Gioiello "Il girasole" Ed è appunto da un'impresa del Capaccio che prende forma il gioiello "il girasole". È l'impresa dell'eliotropo, che vive e muore unicamente guardando il sole, impresa dedicata all'Amor unico della propria vita. "Soli et Semper". Uno stelo di diamanti; un girasole con sedici foglie: i sedici punti della rosa dei venti, perché l’anima di colui che sa si volge in alto a cercare la luce. Sorride allora il sole ai mortali e sorge l’amore che incanta e rende luminosa la vita: Il sorriso del sole e l’amore fra gli uomini sono gli unici beni. Il resto è oscurità e silenzio. V. 3. Giulio Cesare Capaccio, Il Secretario, ove con modi diversi da quei ch'insegnò il Sansovino, si scuopre il vero modo di scriver lettere familiari correnti nelle Corti, in Venetia, presso Nicolò Moretti, 1597, ad instantia di Gioseffo Peluso. Biblioteca vescovile di Campagna. Il Secretario è diviso in due libri, dei quali il primo contiene dei precetti generali ed il secondo tutta una serie di esempi.

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L'opera, che si propone «d'insegnar come possa scriversi una lettera», è diretta a chi deve svolgere l'ufficio di segretario presso una corte. Il Capaccio esalta il ruolo di questo intellettuale cortigiano, che gli sembra avere «non so che del divino nella partecipazione de i concetti regali, poscia che, quasi ministro degli intelletti, come con la lingua ogni uomo i tesori della mente esprime così egli con la penna fa chiara e distinta quella materia prima informe dell'altrui concetto; ed in un simulacro di una lettera reca splendore a quella tenebrosa idea che, dalle sue voci ricevendo luce e spirito, fa le cose lontane parere presenti, facilita i negozii, accorda i tempi, stabilisce la memoria ...». V. 4. Gioiello del Secretario o “Gioco per un intenso desiderio” Nel Secretario del Capaccio vi è una lettera dedicatoria ad Ercole Grimaldi, signore di Monaco e marchese di Campagna. Una frase di questa lettera, «e mi dispiace che non ho virtù di trasformar le cose, che muterei volentieri questa carta in vetro acciò che vi rilucesse il core» trova concreta espressione nel gioiello "Gioco per un intenso desiderio", dove attraverso il gioco dei diamanti la carta diventa specchio e in esso si riflette un cuore di rubini. La vite che abbraccia l’olmo, posto sul verso, da un’impresa del Capaccio, raffigura un’amicizia che dura anche dopo la morte. La losanga, simbolo dei principi Grimaldi, e la campana, simbolo di Campagna, reggono la composizione stupenda. La lettera si illumina in diamanti e rivive nel cuore commosso di Rosmundo, perché è luce ciò che è scritto e si rivive poi con il cuore. Un simbolo di eternità di amore è, nel verso della lettera, la vite che si stringe all’olmo in intensità di passione. È una composizione stupenda che traduce nell’arte questa passione ed eterna nel traforo sottile del margine le parole umili ed alte del Capaccio: «Muterei volentieri questa carta in vetro acciò che vi rilucesse il core». V. 5. Giulio Cesare Capaccio, Historiae neapolitanae libri duo, in quibus Aedificii, Civium, Reipublicae, Ducum, Religionis, Bellorum, Lapidum, Locorumque adjacentium, qui totam fere Campaniam complectuntur, continetur, Neapoli sumptibus Ioannis Gravier typographi et bibliopolae Galli, 1771. Archivio di Stato di Salerno, fondo Bilotti.

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V. 6. Giovanni Nicola De Ruggiero, Commentaria in librum Galeni de Ratione curandi per sanguinis missionem, nunc primum in lucem edita. Cum Privilegio regis Philippi, per decennium. 1570. Imprimatur, Marcus Laurens Episcopus Campaniensis, Campaniae, apud Io. Dominicum Nibium, e Io. Franciscum Scaleonem. Archivio di Stato di Salerno, fondo Bilotti. Tra Cinque e Seicento Campagna è stata un centro culturale di notevole rilievo, sede di accademie, come quella dei Solitari e quella dei Taciturni, e di uno Studio rimasto in vita per oltre cento anni, a partire dal secondo decennio del XVI secolo. Le lezioni, che si svolgevano presso il convento di San Bartolomeo dei domenicani, erano tenute da intellettuali di prestigio, come il giurista Giovanni Antonio De Nigris, il letterato Marco Fileta Filiuli e Giulio Cesare Capaccio, che fu prima allievo e poi insegnante nello Studio campagnese. E furono proprio il De Nigris ed il Filiuli a volere l'impianto di una tipografia a Campagna verso la metà del Cinquecento per consentire agli studenti di avere i testi necessari per i loro studi. L'arte della stampa, che nel secolo XVI aveva raggiunto un alto livello con tipografi quali il De Nigris, il Nibio e lo Scaleone, editori del volume del De Ruggiero sopra menzionato, sarebbe arrivata a particolare splendore alla metà del Seicento, ad opera del vescovo Caramuel, che impiantò una nuova tipografia a Campagna, dove videro la luce pregevoli edizioni. Sulla stampa a Campagna cfr. P. Manzi, La stampa nell'Italia meridionale: Campagna (1545-1673), S. Angelo Le Fratte (1664-1665), in «Accademie e bilbioteche d'Italia», Roma 1970, nn. 4-5, pp. 294 e sgg.; G. D'Ambrosio, La stampa nella città di Campagna e nella provincia di Salerno dalle origini all'Unità d'Italia, Grafica Ebolitana, Eboli 2000.